Era sempre la solita storia: giungevo lì, trasportata da tempo immemorabile in una dimensione che non era mai la stessa. Il solito luogo, ma non il solito posto. Apparivo lì come se non riuscissi a sfuggire da quel richiamo; sparivo dal mio mondo per ritrovarmi davanti a un lago.
La prima volta fu terribile. Ero seduta in salotto per gustarmi la mia bevanda preferita, una tisana speziata fatta di erbe, fiori di campo e semi che io stessa avevo raccolto nelle giornate uggiose e umide. In un istante mi ritrovai immersa con i piedi nell'acqua, con ancora la tazza del tè in mano, in un posto in apparenza mai visto. Un brivido iniziò a percorrere il mio corpo.
La mia anima era in stato di allerta. Feci ricorso a tutte le mie forze, tappandomi la bocca con una mano per non urlare, mentre vedevo la tazza annegare nell'acqua. Spalancai gli occhi: il buio sembrava nascondere ogni cosa. Non ricordavo di aver mai provato un'emozione così forte come la paura; ero invasa da un freddo spettrale, direi gelido.
Ma come diamine ci sono finita qui? Ero abituata al mio tran tran quotidiano, fatto di programmi giornalieri e pause rilassanti, e ora mi trovavo a bagno in un luogo mai visto. E poi, perché? Mi guardai attorno e non riuscivo a vedere nulla: il riflesso dell'acqua aveva imprigionato quelle emozioni e me le sbatteva in faccia con un sogghigno.
Un moto di rabbia mi assalì in quel preciso momento, e un pensiero era presente: volevo tornare a casa. Per cui mi feci forza, scrollai le spalle e uscii da quel lago. Il luogo era isolato, non vedevo nulla. E adesso dove vado? Cosa faccio? Nessun rumore, nessuna voce, a parte il brusio dell'acqua. La paura tornò spietata come non mai. «Ma cosa ci faccio qui?» urlai tra le lacrime. «Chi mi ci ha portata?» pensai in preda al panico.
Il tempo passava, non so se fossero minuti, secondi o ore. Dalla mia bocca uscì solo una frase: «devo trovare il modo per tornare a casa, lo devo trovare assolutamente». Lacrime di disperazione continuavano a scendere. Iniziai a camminare, rischiai di cadere più volte; per fortuna quella poca luce che arrivava dalla luna, semicoperta da qualcosa che assomigliava a nuvole, mi permetteva di camminare. Decisi di seguire il mio istinto: prima o poi avrei incontrato qualcuno.
In lontananza sentii l'abbaiare di un cane. Cercai di girare la testa per capire da dove arrivasse quel suono. Piano piano mi avvicinai; il vento iniziava ad alzarsi e qualcosa più volte mi sfiorò il viso. Come previsto, c'era qualcuno. Era fuori dalla porta di quella che sembrava una casetta buffa e rustica, una di quelle casette in mezzo al nulla fatte di legno e pietra, che sanno di vecchio e di umidità.
Anche in quel caso riuscii a sorridere, poiché davanti a me trovai un uomo bizzarro, robusto e vecchiotto. Mentre mi avvicinavo, notai che le sue sopracciglia erano aggrottate; la testa girava di continuo da un lato all'altro, cercando di capire cosa stesse facendo abbaiare il cane. Mi fermai di colpo, chiedendomi se dovessi fidarmi o rimanere nell'oscurità. Il freddo iniziava a farsi sentire, e se non volevo morire dovevo trovare il coraggio di avvicinarmi a quell'uomo.
Iniziai con un semplice: «Ciao, sono qui, non voglio farti del male, posso venire?». L'uomo si girò di scatto e strizzò gli occhi per mettere a fuoco il posto da cui proveniva quella voce, e rispose con tono insospettito e minaccioso: «Vieni avanti e fatti vedere». Molto lentamente uscii dall'oscurità della notte. L'uomo rimase bloccato, come se qualcosa lo avesse impietrito, e proprio in quel momento i suoi occhi si illuminarono e realizzò: «Sei tu!», disse con sorpresa.
Ero sotto shock, e una marea di domande iniziava a frullarmi in testa: cosa diamine sta succedendo? Cosa significano quelle parole? Vedendo che mi ero bloccata, iniziò ad avvicinarsi piano piano e, un passo dopo l'altro, me lo ritrovai davanti. Il cane continuava a saltellare e ad abbaiare: sembrava talmente contento e felice di vedermi.
L'incontro con il tizio fu strano: io guardavo lui e di rimando lui guardava me. Quando lui capì la situazione parlò: «Ti sei trovata nel lago e non sai il perché, vero?». Feci un cenno di sì con la testa. Continuò il discorso con un'altra domanda: «E non sai come tornare a casa, giusto?». Lo fissai intensamente e, per uno strano motivo, pensai che potevo fidarmi di lui; insomma, il mio istinto mi diceva di farlo.
A quel vecchio burbero partì un sorriso, un lungo sospiro, e con quella tipica voce di un vecchio saggio mi disse: «Vieni dentro con me, hai bisogno di scaldarti e di bere un buon tè». Mentre ci dirigevamo verso quella vecchia casetta, il vecchio rimase in silenzio. Quando arrivammo aprì la porta e con un timido sorriso mi fece entrare. In un muto silenzio l'uomo prese la tazza e ci versò il tè, evitando di guardarla negli occhi. Non osava: temeva di incontrare di nuovo quegli occhi rossi, umidi e disperati.
In quel momento decise che la ragazza non aveva bisogno di altri tormenti, per cui le disse dolcemente: «Adesso sei stanca, hai bisogno di riposo. Ti faccio vedere dove puoi dormire e domani ti dirò quello che so». Mi guardai attorno: quella stanza era molto semplice, aveva un piccolo scrittoio sotto la finestra, di un colore chiaro come il miele. Il letto era per una persona; al tatto era caldo. Non ce la facevo più: mi ci buttai sopra e crollai in un sonno profondo.
L'uomo, il cui nome era finalmente svelato — il vecchio Urban — non riuscì a prendere sonno. Provava una strana e sconosciuta inquietudine che turbava i suoi pensieri. Come si doveva comportare con Arin, e cosa poteva dirle senza turbarla più di quello che aveva già sopportato? Uscì a vedere cosa facesse Kal: quel cane era capace di tutto pur di stare accanto ad Arin. Kal era tranquillamente addormentato sulle scale, stanco ma felice.
La mattina seguente mi svegliai con un profumino delizioso e familiare; mi alzai di buon umore. Mi bastò un attimo per essere sopraffatta dalla nuova realtà, ma la voce di quel vecchio mi chiamava: «Arin, sei sveglia? La colazione è pronta!». Per un attimo aggrottai le sopracciglia: strano, non ricordavo di avergli detto il mio nome.
Aperta la porta, mi trovai di fronte a un vecchio tavolo, un po' rustico, apparecchiato con stoviglie colorate e disegnate da colori che non si abbinavano per niente. Una tazza in particolare attirò la mia attenzione, e mi dicevo: come si fa ad abbinare il marrone con il verde, che tra l'altro non sembrava nemmeno verde, da quanto era sbiadito? Guardai meglio il tavolo: il tronco centrale era il suo sostegno, ma pendeva da un angolo. Questo mi fece sospettare che il vecchio Urban di solito consumava i suoi pasti proprio lì, in quell'angolo.
Avevo fame, ma non osavo muovermi. Il vecchio Urban mi fece un sorriso e disse: «Ragazza mia, accomodati». Lo stomaco si fece sentire proprio in quel momento, per cui mi sedetti e iniziai a mangiare. Quelle frittelle dal sapore di mela e arancio, insieme al tè, avevano un misto di esotico. Tutto era buonissimo; mentre bevevo avvertii un leggero retrogusto, un po' amaro, segno che Urban ci aveva messo dentro i semi di qualche pianta medicinale.
Dopo aver consumato la colazione iniziai a guardarmi attorno: la stanza non era molto luminosa, aveva quel sapore di vecchio, ma discreto. Quei pochi mobili erano tutti artigianali, come le stoviglie dai colori assurdi. Le posate e i piatti erano in legno, ma ciò che mi fece ridere erano le tazze del tè: una sembrava addirittura sciogliersi solo guardandola, per non parlare dei colori. Nell'insieme tutto aveva il suo fascino; pensavo di essere finita letteralmente all'interno di una favola. Brrrr… un brivido mi riportò alla realtà.
Alla fine dovetti guardare negli occhi quel vecchio. Notai una profonda tristezza. Ci osservammo, ed entrambi non avevamo il coraggio di parlare. Alla fine mi decisi, feci un lungo sospiro e domandai: «Chi sei? E che posto è questo?». Urban stava proprio aspettando quel momento e pensò: «Ecco, ci risiamo, è arrivato il giorno». Iniziò dicendo: «Arin, ti ricordi di me?». Scrollai la testa con un chiaro NO. Urban farfugliò qualcosa e disse: «Ti porto a vedere un posto».
Annuii trattenendo il fiato. Istintivamente non volevo che quel momento arrivasse: sentivo un peso sullo stomaco e non mi piaceva lo sguardo che aveva appena fatto. Quando Urban aprì la porta iniziai a sbirciare quel luogo, e qualcosa mi lasciò con gli occhi sgranati. Il sole era bianco, totalmente bianco; non avevo mai visto l'erba gialla, i fiorellini erano a pois, e quelli che credevo fossero alberi erano arbusti senza foglie. Il vecchio saggio mi guardò e sorrise.
Mentre cercavo di capire dove fossi finita, Urban aveva quell'espressione divertita di chi sta osservando la scena di un film: sapeva benissimo che ero già stata lì, ma ogni volta che mi vedeva con quell'espressione stampata sulla faccia non poteva trattenersi dal sorridere. Si accorse che lo stavo osservando e iniziò a fare strada, mentre continuavo a girare la testa ovunque, ero affascinata da quell'ambiente; non volevo perdermi nessun dettaglio.
Mi fermai e gli chiesi: «Dove mi stai portando?». Ma la mia domanda rimase sospesa, fino a quando raggiungemmo il lago. Stavo per aprire bocca quando Urban mi fermò e mi fece la domanda che stavo per porgli io stessa: «Sai perché ti ho portata qui, Arin?». Risposi con un secco: «No!». Senza nemmeno aspettare la mia risposta continuò dicendo: «Questa non è la prima volta che vieni qui, Arin».
Il mio volto cambiò colore, divenne bianco; una nausea improvvisa mi stava avvertendo che avrei potuto buttare fuori tutto quello che avevo appena mangiato. Notai che il colore degli occhi di Urban, che di solito erano color miele, diventava sempre più scuro. Quello sguardo così paterno ora non c'era più. Urban si girò e continuò a camminare, finché non disse: «Arin, questo accade da tempo».
Iniziai a urlare e a tremare: «Ma che diavolo stai dicendo?!». Il vecchio sospirò. Ogni volta che Arin arrivava lì, si ripeteva la stessa scena. Urban soffriva per lei, non poteva guardarla mentre piangeva e urlava. Questa parte iniziale del viaggio era sempre la più dura. Ormai Arin la considerava come una figlia; quella ragazza gli faceva una grande tenerezza. Come poteva una giovane donna sostenere una prova così dura? Come poteva sopportare e completare un viaggio così pericoloso?
La mia reazione fu una negazione totale: urlai «No, no, no e no». Urban si sentiva impotente di fronte all'ennesima scena: guardava Arin e riusciva a leggere ogni suo pensiero. In quel momento decise che era meglio lasciarla da sola e tornare alla sua vecchia casa. Kal, appena lo vide, gli corse incontro e, vedendolo così triste, smise di scodinzolare e gli morse la mano, come se volesse consolare quel vecchio.
Io ero rimasta lì, davanti a quel lago. Avevo la testa che girava, una strana debolezza mi fece tremare. Vidi il sole bianco sparire e la notte calare: era arrivato il momento di tornare e fare delle domande a quel vecchio. Non sapevo se odiarlo o picchiarlo. Non mi piaceva perdere il controllo della mia vita, ed era quello che stava avvenendo. Volevo tornare a casa, e l'unico modo per riuscirci era scoprire la verità. Se ero già stata lì, l'unico che in quel momento poteva rispondere alle mie domande era proprio Urban.
Mentre mi avvicinavo alla vecchia casa sentivo dei rumori di pentole, coperchi e mestoli: un insieme di suoni sconnessi che raccontavano la presenza di Urban nella vecchia casa. Mi asciugai gli occhi e mi chiesi perché quel suono fosse così familiare. Mi fermai di colpo: non avevo notato che quella casetta fosse così carina, assomigliava più a una vecchia foto o meglio una cartolina. Guardandola meglio notai che il tetto era completamente di paglia bianca, i muri erano in pietra, le finestrelle di un color crema; lo stile era eccentrico, ma aveva un suo perché.
Entrando provai un senso di colpa: Urban aveva sparecchiato la tavola e lavato le stoviglie, erano tutte in fila e in bella vista. L'imbarazzo divenne evidente, non sapevo cosa dire, ma lui lo notò subito, iniziò a parlare e si presentò: «Mi chiamo Urban e vivo qui da molto tempo; tu sei Arin e spesso vieni a trovarmi. Detto così va meglio?».
Uscii di corsa da quel posto, fino a quando il fiato iniziò a mancarmi. Caddi a terra sfinita e mi addormentai piangendo. In lontananza sentii chiamare il mio nome: «Arin! Arin, dove sei?». Per un attimo mi passò per la testa di fuggire, ma il mio carattere mi impediva di muovermi. Passai in rassegna ogni cosa e poi mi concentrai su un punto: voglio tornare a casa, e l'unico modo per farlo era tornare da quel vecchio. Prendendo fiato urlai: «Sono quiii!».
Urban la raggiunse e le disse: «Finalmente ti ho trovata, torniamo a casa». Feci cenno di sì con la testa. Il silenzio cadde di nuovo tra noi. Sbottai di colpo: «Voglio sapere tutto quello che sai, e adesso! Voglio tornare a casa mia, e se sono già stata qui un modo c'è, giusto?». Questa volta fu Urban ad annuire con la testa: «In questo momento non posso dirti nulla, ma quando rientra il mio amico Zac potrai avere le risposte, o almeno quelle che so», disse lui.
A me quella risposta non piacque per niente. Urban la osservava e aveva riconosciuto quello sguardo: adesso era acceso e determinato. Finalmente poteva guardarla e non vedeva più sofferenza. Gli occhi di Arin erano color del mare in tempesta e ora lo scrutavano attentamente: voleva sapere se le stava mentendo, glielo leggeva in faccia. «Quasi dimenticavo quel nome… questo Zac chi sarebbe?». Urban iniziò a ridere di gusto e rispose semplicemente con un: «Lo vedrai presto».
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